sabato 18 dicembre 2010

JOE HARRIOTT (DA LONDRA)

Nero della Giamaica, ma londinese dal 1951, Joe Harriott vive la sua prima carriera di jazzista da “importatore” della scena americana: ispirato al bebop e, suonando il sax contralto, influenzato da Charlie Parker. Poi, a sua detta, sarebbe stata una lunga degenza in ospedale (nel 1959) a fargli concepire la musica così vicina al free che si ascolta nei suoi dischi Free Form e Abstract, incisi tra il ’60 e il ’62.
Proprio in questo arco di tempo compaiono in Inghilterra i primi, sconcertanti dischi colemaniani (presumibilmente, i due Contemporary e i primi tre Atlantic), ma la novità della musica di Harriott sembra costituirsi di elementi propri, tracciarsi in una propria strada, neppure classificabile come più o meno rivoluzionaria di quella di Coleman.
Per prima cosa, infatti, Harriott non innova riducendo la composizione a starting point dell’improvvisazione – come spesso Coleman e quasi sempre Taylor. Al tema dà anzi un’identità compiuta che lo rende ingombrante. Il fatto nuovo, o almeno bizzarro, è che ogni suo tema è un assemblage di brevi passaggi musicali, e soprattutto di passaggi che stilizzano musiche di commento a situazioni visive: dalla danza folklorica alla pantomima, dall’azione circense alla scena filmica di suspense. Sapendo della cultura visiva di Harriott, si ha l’impressione che la sua poetica voglia valorizzare questi frammenti di conoscenza oltre la loro semantica convenzionale – come l’oggetto-realtà da Schwitters a Rauschenberg, a George Brecht. Non si capisce, ad ogni modo, se il movente è di affezione o di critica – nel cui caso, Harriott sarebbe precursore concettuale di Albert Ayler.
Di una freschezza che abatterebbe ogni dubbio è invece la musica che Harriott e il trombettista Shake Keane, suo partner nel quintetto, creano fuori da quelle trame nodose; che grazie a un’intesa evidentemente anche emotiva i due lasciano fluttuare tra l’informalità lirica di assoli ancora post-bop e scorci di libero accadimento sonoro, in cui improvvisano simultaneamente fino al caos: se si vuole, come Ornette e Cherry in Beauty Is a Rare Thing, ma producendo loro suoni, loro atmosfere, un loro modo di informalità che potrebbe dirsi “sottrattivo”. Soprattutto in alcuni pezzi di Abstract, il bel suono sanguigno, pregnante, vocale del sassofono di Harriott sembra spesso ridotto al monosillabo, al segnale di vita stringato, urgenziale - qualcosa come in pittura si legge nei disegni di Wols e del primo Cy Twombly. La tromba di Keane, intanto, cambia continuamente tono e sonorità: è ora delicata, soffusa, ora drammatica, se non cacofonica; come sollevata dall’unità di segno per interpretare in ogni passaggio, in ogni ingrediente, la causa di questo spontaneo divenire musicale.
Che si tratti effettivamente di spontaneità, cioè di libertà e informalità sincere, potrebbe esserne prova l’innegabile bellezza del risultato, la sua splendida fluidità. Ma è un caso in cui le affermazioni dell’autore o dissuadono o depistano, dal momento che Harriott (nelle note di presentazione di questi dischi da lui stesso scritte) non parla che di problemi teorico-estetici, di sperimentazione, di vicinanza alle arti visive: rispetto a un Coleman, a un Giuffre, ma anche a un Taylor, non avrebbe messo all’opera che un inconscio da laboratorio alla Breton. Fatto sta che la sua esperienza di autore free, esente quanto si sa da influenze altrui, s’interrompe senza lasciar traccia entro il 1963, e per dirottare su un progetto di “fusione degli stili” (Indo-Jazz Suite) non necessariamente sensibile alla nuova volontà dell’artista nero di “essere” dentro e attraverso la sua arte.




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