sabato 5 gennaio 2013

ATTENZIONE: ANCHE PER L'ARTE, LA MUSICA, IL JAZZ, POTREBBE VALERE QUELLO CHE VALE PER LA VITA

Non avendo ancora imparato, pur provandoci, a rispondere ai commenti, mi sono deciso a organizzare la mia pseudo-leggittima difesa in queste righe, eventualmente utili anche a qualche ulteriore chiarimento per tutti.
Mi riferisco, ahimé, ai due soli commenti ricevuti su questo blog da quando esiste (fine 2010): entrambi di personaggi ben più autorevoli di me, entrambi diretti, non a caso, al post "L'affaire jazz-dei-bianchi" ed entrambi molto più simili alle segnalazioni di errori che un insegnante di scuole superiori annota in rosso o in blu sul compito di un suo allievo che non a commenti a uno scritto contenente opinioni sulla materia che si sta trattando, che le si condividano o no.

Seguendo l'ordine del mio testo, non dell'arrivo dei commenti, il primo j'accuse si concentra addirittura sulla prima riga: quando segnalo come caratteristica distintiva del jazz l'essere musica strumentale a parti reali. Ora, se è un dato di fatto che il jazz non sia tutto della stessa tipologia, lo è anche che la sua condizione caratterizzante, dico caratterizzante, sia quella di musica strumentale - il che, peraltro, segnala l'eccezionalità del suo fenomeno dall'origine, rispetto a un contesto di cultura musicale dominato dalla vocalità - e di una musica che tende a beneficiare dell'individualità strumentistica dell'esecutore, anche quando nel gruppo il suo strumento è raddoppiato - cioè, la zona realmente attiva del concetto di parti reali, altrimenti soltanto fiscale.
Questa caratteristica, d'altronde, appartiene anche alle big band, di cui un orecchio sensibile, a volte, riesce a scontornare gli strumentisti persino negli ensemble.

Veniamo ora alla qualità di musicista "naturale" che attribuisco al musicista nero più che al bianco e che, nell'economia del mio testo, tento anche di spiegare in che senso - consiglio quindi di rileggere il passaggio. Qui mi si accusa di non aver considerato gli evidentemente numerosi musicisti "naturali" bianchi disseminati per l'Europa, fuori dall'area accademica, e per il Medio Oriente. Musicisti che confesso di non conoscere e che so che farei bene a conoscere, ma di cui, in uno scritto che parla di bianchi e neri nel jazz, potrebbe, dico potrebbe, non essere così indispensabile parlare. Mi è sembrato invece utile, almeno a titolo orientativo, menzionare un musicista molto noto come Piazzolla, a questo proposito, e qualche musicista classico altrettanto noto, nel confrontare il più naturale e il meno all'interno della stessa cultura occidentale.

Ma il mio imbarazzo è stato massimo nel sentirmi accusato di parlare di jazz in funzione di categorie derivate dalla discriminazione razziale, quali "bianco" e "nero". Imbarazzo, perché qui il problema non è solo di non saper leggere "tra le" righe, ma anche "le" righe". E a partire dal titolo, "L'affaire...", espressione che in italiano si usa per indicare un caso politico o giudiziario; come per dire "lo sporco affare".
Nel succo del mio pezzo, infatti, il j'accuse è mio. Accuso certa critica e certo immaginario jazzofilo di una sorta di razzismo alla rovescia tutt'altro che utile all'informazione e al pensiero sul jazz e, per giunta, contenente dell'inconsapevole razzismo tout court.
Probabilmente, vista la prevedibilità delle dinamiche di certi atteggiamenti, il qui pro quo deriva dal fatto che ho fatto riferimento a una differenza media tra il jazz dei bianchi e quello dei neri, servendomi dunque delle due categorie razziali. Ma il punto è che questa differenza è mediamente rilevabile, esiste, e neppure la negano i casi in cui è distribuita in contraddizione ai pigmenti del musicista - casi cui pure ho fatto cenno. Non la negano perché è una differenza che proprio il jazz, musica strumentale, a parti reali, inventato da neri fuori sede e maturato mondanamente, svela in questa misura: al confronto, poca cosa quella tra i "portati" e i "negati" della musica colta europea. E questo significa semplicemente che la "cultura" nera si è rivelata più in sintonia di quella occidentale con quell'arte psichica che è la musica e che, a contatto con il concetto occidentale di "idealità" dell'artista, lo ha dimostrato ponendo in essere uno stato autonomo della musica, non autarchico, non specializzato, non "razziale": al punto che se ne sono impossessati tanti musicisti da bianchi, o comunque da non neri, prendendo e dando, introducendovi nuovi termini e, di conseguenza, un ulteriore ordine di differenze che molto spesso fa distinguere il jazz di un nero da quello di un bianco - a questo proposito, ricordo che, quando quarant'anni fà compravo i miei primi dischi di Jackie McLean, che fosse nero me n'ero accorto dal suo modo di suonare e dal tipo di musica che faceva; le foto di copertina di "One Step Beyond" o di "New and Old Gospel" mi avrebbero suggerito il contrario!
Pertanto, altro che razzismo o razzismo alla rovescia o razzialità! Qui si tratta di un rilievo che risuona nella percezione emotiva della musica e che fin troppe coincidenze rivendicano.
Se poi lo studio analitico dei fenomeni porta all'ostracismo verso il pensiero deduttivo e/o abduttivo e alla demotivazione al dubbio e al confronto dialettico tra pensieri diversi, è un'altra storia. Non mi preoccupo di entrarci.
Anzi, prometto ai miei lettori, ovviamente quelli di altro orientamento dagli autori di questi commenti, di non entrarci neppure nel riscrivere la mia "Guida al Jazz", cosa che sto già facendo e che mi terrà per un bel po' lontano da questo blog - amenoché non sia proprio il blog la sede in cui deciderò di pubblicarla.